mercoledì 8 gennaio 2014

Intervista a MARCO TARCHI

Quest'oggi ho il piacere e l'onore di intervistare il Professor Marco Tarchi, noto politologo italiano e docente presso la facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell'Università di Firenze, dove attualmente insegna Scienza Politica, Comunicazione politica e Teoria politica. 

Cosa pensa delle larghe intese cosi come costruite in Italia? Sono utili al paese o funzionali solamente al mantenimento della poltrona e degli "accordicchi" di potere?
«Il concetto di “utili al paese” è largamente usato da politici e commentatori, in genere per attribuire questa utilità alle proprie azioni o intenzioni, ma è concettualmente debole. Questa pretesa utilità ognuno la misura sulla base dell’immagine che coltiva di un paese “migliore” o ben governato. Sulle larghe intese posso dire solo che non fanno che confermare come, oggi, i programmi annunciati in campagna elettorale abbiano scarso riscontro nelle realtà successive, perché partiti che proclamavano ad alta voce di voler procedere in direzioni opposte in realtà si accontentano senza troppa fatica di mediazioni con gli avversari che, per guadagnare voti, avevano proclamato inconciliabili».

Nuovo centrodestra di Alfano: lo vede una realtà davvero svincolata da Forza Italia oppure, secondo lei, è semplicemente un partito che ha assunto un nuovo nome ma che in sostanza è mosso dalla stessa persona?
«Non credo che sia una mossa tattica decisa da Berlusconi o in accordo con lui. È invece il frutto di dissensi da lungo covati e che dubito potranno facilmente assorbirsi. E, se Berlusconi non scomparirà dalla scena, mi pare una mossa azzardata e perdente per chi l’ha promossa».

Dopo la bocciatura del cosiddetto "porcellum", quale pensa sarà il sistema elettorale scelto dal Parlamento? Crede si tornerà al mattarellum oppure si passerà ad un proporzionale puro? Quale sarebbe la scelta auspicabile?
«Non sono un veggente, non so dirlo. Tutt’al più posso dire che, anche in presenza di eventuali – e improbabili – motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale che andassero in quella direzione, al proporzionale puro non si tornerà. Troppo forte è la retorica sulla governabilità che è stata spesa da due decenni a questa parte, e che presenta i sistemi maggioritari come ideali per consentire ai governi di durare. Il che, a mio parere, non significa consentir loro di operare bene, perché gli pseudo-partiti che beneficerebbero dell’una o dell’altra versione dell’uninominale continuerebbero ad essere divisi in correnti e fazioni che potrebbero combattersi come hanno fatto sinora, operando veti incrociati e condannando l’esecutivo all’immobilismo o a compromessi precari. Quale scelta auspicherei io? Un proporzionale davvero puro, perché la mia idea di democrazia implica il rispetto delle volontà – plurali – dell’elettorato, che è variegato. Come molti casi europei insegnano, non è affatto detto che un sistema proporzionale induca instabilità. Al contrario: se un partito sa di dover governare in coalizione, cercherà prima del voto di tessere solidi accordi programmatici con i possibili compagni di viaggio. Funziona in paesi in cui la democrazia è consolidata e più efficiente che da noi…».

Pensa che la cosa migliore per il bene degli italiani sia sistemare la legge elettorale e tornare subito al voto? Oppure vede preferibile proseguire con il governo Letta le altre riforme istituzionali e soltanto poi tornare alle urne?
«Dubito che il governo Letta potrà realizzare le riforme che annuncia. È debole e condizionato dall’interno e dall’esterno. Quindi preferirei il voto, con una decente legge elettorale».

Sono in molti quelli che vedono nel Presidente un ostacolo alla democrazia e alla Repubblica. Ritiene che Napolitano stia veramente superando quelle che sono le sue funzioni e i suoi compiti istituzionali?
«Sì, le ha ampiamente superate, attribuendosi un ruolo di promotore – ben più che di controllore – della politica che non gli apparterrebbe. Non arriverei però a definirlo “un ostacolo alla democrazia”. Ne condiziona l’esercizio esorbitando dalle sue attribuzioni. Il che non è la stessa cosa. Il problema è che i partiti e, soprattutto, il Parlamento glielo consentono».

La bocciatura del porcellum ha reso incostituzionale il Parlamento, rendendo incostituzionale anche l'elezione del Presidente della Repubblica? Se sì, cosa dovremmo fare?
«Non si può retrodatare l’effetto della sentenza della Corte Costituzionale. Resta il fatto che, essendo stato giudicato illegittimo il premio di maggioranza, bisognerebbe sciogliere subito le Camere, una volta cambiata o aggiustata la legge elettorale, e andare a votare».

Ormai da qualche anno in Europa possiamo contare sempre più partiti definiti populisti, ad esempio la Lega Nord e Grillo in Italia, il Fronte Nazionale di Marine Le Pen in Francia, Orban in Ungheria, Alba Dorata in Grecia ecc... Innanzitutto può spiegarci quali sono i caratteri distintivi di questi movimenti e partiti? Su quali argomentazioni e ideologie fanno leva?
«Non è possibile sintetizzare in poche righe quanto, su questo tema, è stato scritto da molti studiosi nell’arco degli ultimi vent’anni. Devo rimandare anche a quanto ho sostenuto io in vari articoli (alcuni dei quali sono reperibili su internet) e nel secondo capitolo del libro L’Italia populista. Sconsiglio però di fare d’ogni erba un fascio. Alba Dorata è un partito di estrema destra che usa anche alcune formule populiste. Orban è… un populista a metà. La definizione di una “famiglia” di partiti populisti è incerta ed oggetto di vivaci discussioni. Certamente un buon numero di formazioni di questo tipo esiste. Ognuna di esse, però, afferma di battersi per il proprio popolo, in genere disinteressandosi degli altri. Per questo, creare collegamenti stabili fra le varie formazioni nazionali è molto difficile».

Vede la possibilità di un boom di queste formazioni politiche alle prossime elezioni europee? E quali risvolti potrebbe avere eventualmente questo successo elettorale? Quali sono i pericoli che il populismo porta con sé? E com'è possibile contrastarlo?
«Io studio il populismo; non lo contrasto né lo sostengo. E, in questa prospettiva, non lo ritengo foriero di “pericoli”, ma di risposte – che, ovviamente, ognuno giudica come meglio crede – a problemi che sono stati trascurati dalle forze politiche tradizionali. Se nessuna di queste svolge una critica di taluni risvolti dell’immigrazione di massa, degli effetti della globalizzazione o delle scelte dell’Unione Europea che inquietano settori non trascurabili dell’opinione pubblica, è inevitabile che i movimenti populisti sfruttino questo bacino di consensi. Il che rende possibile, se non probabile, un loro successo alle prossime elezioni europee. Anche se, enfatizzandolo preventivamente e facendo addirittura presagire un’ondata di piena populista, si creano – da parte degli avversari politici, giornalistici o intellettuali – le condizioni per poi poterlo ridimensionare, con affermazioni tipo: “Avete visto? Puntavano al 50% e invece hanno preso solo il 20%”».

Ritiene che l'Unione Europea sia il problema principale della crisi che attanaglia il nostro paese? Cosa è sbagliato nella messa in atto di questa grande idea teorica e come fare, nel concreto, per renderla tale?
«Non penso che sia il problema principale. Penso però che i molti errori commessi dalla sua classe dirigente abbiano avuto parte nella crisi. L’unione dell’Europa sarebbe dovuta partire da un lavoro culturale ed educativo di base, sviluppandosi poi tramite accordi tesi non a cancellare la sovranità degli Stati nazionali ma a rafforzarne la cooperazione in settori chiave, a partire dalla politica internazionale. Enfatizzare gli aspetti economici e finanziari dell’UE, a scapito di molti altri ambiti d’azione, non è stata un’opzione sensata. E ha dato l’impressione di un’entità burocratica, che agisce più per via di divieti (talvolta assurdi: si pensi alle vicende di certe norme alimentari) e limitazioni che attraverso proposte, e sostanzialmente si muove sulla scia dei potentati economico-finanziari».

Secondo lei, oggi nel nostro paese la democrazia è a rischio? La democrazia ha come base essenziale la divisione dei poteri, il loro bilanciamento, la loro limitazione. Ritiene che questo presupposto ci sia ancora in Italia?
«Questa è una visione liberale della democrazia. Il concetto, in sé, richiama l’autogoverno popolare, che da sempre ci si sforza di limitare tramite la formula della rappresentanza. La critica di questo stato di fatto è uno dei cavalli di battaglia dei populisti. Che vorrebbero più referendum, leggi di iniziativa popolare o addirittura controlli rigidi dell’attività dei loro eletti tramite il reintegro del mandato imperativo o istituti come il recall di vari stati nordamericani (il meccanismo, per intendersi, che ha rimosso un governatore democratico in California e ha consentito agli elettori di sostituirlo in corso di legislatura con Arnold Schwarzenegger). Come ha scritto una studiosa del populismo, Margaret Canovan, si ha l’impressione che i politici, temendo l’incompetenza della “massa”, vogliano ostacolarne quanto più possibile l’accesso alle sedi decisionali. Insomma: molti sedicenti democratici in realtà temono la volontà della maggioranza e preferiscono sostituirla con quella di maggioranze di loro gradimento. Mi pare una diagnosi fondata. Quanto all’equilibrio dei poteri, oggi è sbilanciato, ma non solo perché in vari casi uno di quelli tradizionali – il giudiziario – ha surrogato di fatto competenze altrui. Il problema è che il quarto e quinto potere (economico e informativo) si stanno imponendo agli altri».

Internet è un mezzo tanto osannato quanto criticato: si contrappongono ottimisti, i quali ritengono che sia la panacea di tutti i mali, e pessimisti, che vedono in Internet uno strumento subdolo di controllo degli utenti. Lei da che parte sta? Ritiene che Internet possa realmente aumentare e migliorare il livello di democrazia?
«Sono fra gli scettici. Internet favorisce il faccia-a-faccia tra i cittadini ma non favorisce la riflessione; al contrario, disinibisce e scatena gli umori. Chiunque legga i commenti espressi su siti e blogs non faticherà a rendersene conto. E il rischio è fortemente aumentato con l’espansione dei social networks, che di “sociale” hanno poco, mettendo in comunicazione monadi o circoli chiusi che puntano a rafforzare convinzioni e abitudini consolidate più che a favorire confronti. Il controllo degli utenti non è comunque un’esclusiva della Rete. Siamo tutti controllati, monitorati e assoggettati a tentativi di condizionamento – pubblicitario e non – mirati, fondati sui dati raccolti tramite le carte di credito, i telefoni cellulari e così via».

Spesso leggiamo o sentiamo parlare in tv di democrazia diretta. Cosa si intende in concreto?
Ad un aumento di demopotere crede che sia corrisposto, o corrisponderà in un futuro prossimo, un aumento di demosapere? Questo cosa comporta? A cosa è destinata la democrazia?
«Giovanni Sartori, nel suo libro Homo videns, ha argomentato efficacemente, a mio parere (pur con qualche eccesso polemico) l’impossibilità di far coincidere “demopotere” e “demosapere”. Io andrei oltre. Non vedo alcun aumento di potere del demos, cioè del popolo. Vedo molta demagogia – anche, se non soprattutto, da parte di chi a parole la condanna – e altrettanta manipolazione; molta auto-attribuzione della veste di interprete o megafono di quel che pensano “gli italiani” (o i loro corrispettivi in altri paesi), anche nelle sedi istituzionali più elevate. Non mi sembra un buon viatico per il futuro della democrazia reale, cioè del rispetto della volontà della maggioranza. Che, piaccia o no, è la base di questa forma di governo».