«Il
concetto di “utili al paese” è largamente usato da politici e
commentatori, in genere per attribuire questa utilità alle proprie
azioni o intenzioni, ma è concettualmente debole. Questa pretesa
utilità ognuno la misura sulla base dell’immagine che coltiva di
un paese “migliore” o ben governato. Sulle larghe intese posso
dire solo che non fanno che confermare come, oggi, i programmi
annunciati in campagna elettorale abbiano scarso riscontro nelle
realtà successive, perché partiti che proclamavano ad alta voce di
voler procedere in direzioni opposte in realtà si accontentano senza
troppa fatica di mediazioni con gli avversari che, per guadagnare
voti, avevano proclamato inconciliabili».
Nuovo
centrodestra di
Alfano: lo vede una realtà davvero svincolata da Forza Italia
oppure, secondo lei, è semplicemente un partito che ha assunto un
nuovo nome ma che in sostanza è mosso dalla stessa persona?
«Non
credo che sia una mossa tattica decisa da Berlusconi o in accordo con
lui. È invece il frutto di dissensi da lungo covati e che dubito
potranno facilmente assorbirsi. E, se Berlusconi non scomparirà
dalla scena, mi pare una mossa azzardata e perdente per chi l’ha
promossa».
Dopo
la bocciatura del cosiddetto "porcellum",
quale pensa sarà il sistema elettorale scelto dal Parlamento? Crede
si tornerà al mattarellum oppure si passerà ad un proporzionale
puro? Quale sarebbe la scelta auspicabile?
«Non sono
un veggente, non so dirlo. Tutt’al più posso dire che, anche in
presenza di eventuali – e improbabili – motivazioni della
sentenza della Corte Costituzionale che andassero in quella
direzione, al proporzionale puro non si tornerà. Troppo forte è la
retorica sulla governabilità che è stata spesa da due decenni a
questa parte, e che presenta i sistemi maggioritari come ideali per
consentire ai governi di durare. Il che, a mio parere, non significa
consentir loro di operare bene, perché gli pseudo-partiti che
beneficerebbero dell’una o dell’altra versione dell’uninominale
continuerebbero ad essere divisi in correnti e fazioni che potrebbero
combattersi come hanno fatto sinora, operando veti incrociati e
condannando l’esecutivo all’immobilismo o a compromessi precari.
Quale scelta auspicherei io? Un proporzionale davvero puro, perché
la mia idea di democrazia implica il rispetto delle volontà –
plurali – dell’elettorato, che è variegato. Come molti casi
europei insegnano, non è affatto detto che un sistema proporzionale
induca instabilità. Al contrario: se un partito sa di dover
governare in coalizione, cercherà prima del voto di tessere solidi
accordi programmatici con i possibili compagni di viaggio. Funziona
in paesi in cui la democrazia è consolidata e più efficiente che da
noi…».
Pensa
che la cosa migliore per il bene degli italiani sia sistemare la
legge elettorale e tornare subito al voto? Oppure vede preferibile
proseguire con il governo Letta le altre riforme istituzionali e
soltanto poi tornare alle urne?
«Dubito
che il governo Letta potrà realizzare le riforme che annuncia. È
debole e condizionato dall’interno e dall’esterno. Quindi
preferirei il voto, con una decente legge elettorale».
Sono
in molti quelli che vedono nel Presidente un ostacolo alla democrazia
e alla Repubblica. Ritiene che Napolitano stia veramente superando
quelle che sono le sue funzioni e i suoi compiti istituzionali?
«Sì, le
ha ampiamente superate, attribuendosi un ruolo di promotore – ben
più che di controllore – della politica che non gli apparterrebbe.
Non arriverei però a definirlo “un ostacolo alla democrazia”. Ne
condiziona l’esercizio esorbitando dalle sue attribuzioni. Il che
non è la stessa cosa. Il problema è che i partiti e, soprattutto,
il Parlamento glielo consentono».
La
bocciatura del porcellum ha reso incostituzionale il Parlamento,
rendendo incostituzionale anche l'elezione del Presidente della
Repubblica? Se sì, cosa dovremmo fare?
«Non si
può retrodatare l’effetto della sentenza della Corte
Costituzionale. Resta il fatto che, essendo stato giudicato
illegittimo il premio di maggioranza, bisognerebbe sciogliere subito
le Camere, una volta cambiata o aggiustata la legge elettorale, e
andare a votare».
Ormai
da qualche anno in Europa possiamo contare sempre più partiti
definiti populisti, ad esempio la Lega Nord e Grillo in Italia, il
Fronte Nazionale di Marine Le Pen in Francia, Orban in Ungheria, Alba
Dorata in Grecia ecc... Innanzitutto può spiegarci quali sono i
caratteri distintivi di questi movimenti e partiti? Su quali
argomentazioni e ideologie fanno leva?
«Non è
possibile sintetizzare in poche righe quanto, su questo tema, è
stato scritto da molti studiosi nell’arco degli ultimi vent’anni.
Devo rimandare anche a quanto ho sostenuto io in vari articoli
(alcuni dei quali sono reperibili su internet) e nel secondo capitolo
del libro L’Italia
populista. Sconsiglio però
di fare d’ogni erba un fascio. Alba Dorata è un partito di estrema
destra che usa anche alcune formule populiste. Orban è… un
populista a metà. La definizione di una “famiglia” di partiti
populisti è incerta ed oggetto di vivaci discussioni. Certamente un
buon numero di formazioni di questo tipo esiste. Ognuna di esse,
però, afferma di battersi per il
proprio popolo, in genere
disinteressandosi degli altri. Per questo, creare collegamenti
stabili fra le varie formazioni nazionali è molto difficile».
Vede
la possibilità di un boom di queste formazioni politiche alle
prossime elezioni europee? E quali risvolti potrebbe avere
eventualmente questo successo elettorale? Quali sono i pericoli che
il populismo porta con sé? E com'è possibile contrastarlo?
«Io
studio il populismo; non lo contrasto né lo sostengo. E, in questa
prospettiva, non lo ritengo foriero di “pericoli”, ma di risposte
– che, ovviamente, ognuno giudica come meglio crede – a problemi
che sono stati trascurati dalle forze politiche tradizionali. Se
nessuna di queste svolge una critica di taluni risvolti
dell’immigrazione di massa, degli effetti della globalizzazione o
delle scelte dell’Unione Europea che inquietano settori non
trascurabili dell’opinione pubblica, è inevitabile che i movimenti
populisti sfruttino questo bacino di consensi. Il che rende
possibile, se non probabile, un loro successo alle prossime elezioni
europee. Anche se, enfatizzandolo preventivamente e facendo
addirittura presagire un’ondata di piena populista, si creano –
da parte degli avversari politici, giornalistici o intellettuali –
le condizioni per poi poterlo ridimensionare, con affermazioni tipo:
“Avete visto? Puntavano al 50% e invece hanno preso solo il 20%”».
Ritiene
che l'Unione Europea sia il problema principale della crisi che
attanaglia il nostro paese? Cosa è sbagliato nella messa in atto di
questa grande idea teorica e come fare, nel concreto, per renderla
tale?
«Non
penso che sia il problema principale. Penso però che i molti errori
commessi dalla sua classe dirigente abbiano avuto parte nella crisi.
L’unione dell’Europa sarebbe dovuta partire da un lavoro
culturale ed educativo di base, sviluppandosi poi tramite accordi
tesi non a cancellare la sovranità degli Stati nazionali ma a
rafforzarne la cooperazione in settori chiave, a partire dalla
politica internazionale. Enfatizzare gli aspetti economici e
finanziari dell’UE, a scapito di molti altri ambiti d’azione, non
è stata un’opzione sensata. E ha dato l’impressione di un’entità
burocratica, che agisce più per via di divieti (talvolta assurdi: si
pensi alle vicende di certe norme alimentari) e limitazioni che
attraverso proposte, e sostanzialmente si muove sulla scia dei
potentati economico-finanziari».
Secondo lei, oggi nel nostro paese la democrazia è a rischio? La democrazia
ha come base essenziale la divisione dei poteri, il loro
bilanciamento, la loro limitazione. Ritiene che questo presupposto ci
sia ancora in Italia?
«Questa è
una visione liberale della democrazia. Il concetto, in sé, richiama
l’autogoverno popolare, che da sempre ci si sforza di limitare
tramite la formula della rappresentanza. La critica di questo stato
di fatto è uno dei cavalli di battaglia dei populisti. Che
vorrebbero più referendum, leggi di iniziativa popolare o
addirittura controlli rigidi dell’attività dei loro eletti tramite
il reintegro del mandato imperativo o istituti come il recall
di vari stati nordamericani (il meccanismo, per intendersi, che ha
rimosso un governatore democratico in California e ha consentito agli
elettori di sostituirlo in corso di legislatura con Arnold
Schwarzenegger). Come ha scritto una studiosa del populismo, Margaret
Canovan, si ha l’impressione che i politici, temendo l’incompetenza
della “massa”, vogliano ostacolarne quanto più possibile
l’accesso alle sedi decisionali. Insomma: molti sedicenti
democratici in realtà temono la volontà della maggioranza e
preferiscono sostituirla con quella di maggioranze di loro
gradimento. Mi pare una diagnosi fondata. Quanto all’equilibrio dei
poteri, oggi è sbilanciato, ma non solo perché in vari casi uno di
quelli tradizionali – il giudiziario – ha surrogato di fatto
competenze altrui. Il problema è che il quarto e quinto potere
(economico e informativo) si stanno imponendo agli altri».
Internet
è un mezzo tanto osannato quanto criticato: si contrappongono
ottimisti, i quali ritengono che sia la panacea di tutti i mali, e
pessimisti, che vedono in Internet uno strumento subdolo di controllo
degli utenti. Lei da che parte sta? Ritiene che Internet possa
realmente aumentare e migliorare il livello di democrazia?
«Sono fra
gli scettici. Internet favorisce il faccia-a-faccia tra i cittadini
ma non favorisce la riflessione; al contrario, disinibisce e scatena
gli umori. Chiunque legga i commenti espressi su siti e blogs non
faticherà a rendersene conto. E il rischio è fortemente aumentato
con l’espansione dei social networks, che di “sociale” hanno
poco, mettendo in comunicazione monadi o circoli chiusi che puntano a
rafforzare convinzioni e abitudini consolidate più che a favorire
confronti. Il controllo degli utenti non è comunque un’esclusiva
della Rete. Siamo tutti controllati, monitorati e assoggettati a
tentativi di condizionamento – pubblicitario e non – mirati,
fondati sui dati raccolti tramite le carte di credito, i telefoni
cellulari e così via».
Spesso
leggiamo o sentiamo parlare in tv di democrazia diretta. Cosa si
intende in concreto?
Ad un
aumento di demopotere crede che sia corrisposto, o corrisponderà in
un futuro prossimo, un aumento di demosapere? Questo cosa comporta? A
cosa è destinata la democrazia?
«Giovanni
Sartori, nel suo libro Homo
videns, ha argomentato
efficacemente, a mio parere (pur con qualche eccesso polemico)
l’impossibilità di far coincidere “demopotere” e “demosapere”.
Io andrei oltre. Non vedo alcun aumento di potere del demos,
cioè del popolo. Vedo molta demagogia – anche, se non soprattutto,
da parte di chi a parole la condanna – e altrettanta manipolazione;
molta auto-attribuzione della veste di interprete o megafono di quel
che pensano “gli italiani” (o i loro corrispettivi in altri
paesi), anche nelle sedi istituzionali più elevate. Non mi sembra un
buon viatico per il futuro della democrazia reale,
cioè del rispetto della volontà della maggioranza. Che, piaccia o
no, è la base di questa forma di governo».